La chiesa ebbe il suo inizio ufficiale con il Culto di Natale del 1867, e esattamente l’anno dopo, il Culto di Natale 1868 inaugurava la sede di palazzo Cavagnis. L’acquisto poté avere luogo con l’aiuto di chiese e filantropi statunitensi. A quell’epoca, però, il Culto non era celebrato dove è adesso, ma nel salone del primo piano. Si passò al salone del pianterreno solo nel maggio 1908.
Nel 1867 il palazzo ospitava il pastore con la sua famiglia (il primo fu il giovane pastore Emilio Comba) e una scuola in un periodo in cui le scuole pubbliche non erano sufficienti. La scuola continuò per alcuni anni, finché ce ne fu bisogno in città, e poi fu chiusa.
Nel corso degli anni i vari piani del palazzo ebbero usi diversi, spesso modificati nel tempo: fino agli anni ’70 del Novecento, il secondo e l’ultimo piano erano divisi in appartamenti, affittati a varie famiglie mentre il primo piano era l’abitazione della famiglia del pastore. Tra le altre attività realizzate nel palazzo c’era un gruppo filodrammatico che aveva costruito un piccolo palcoscenico nell’androne del pianterreno per rappresentare alcune commedie e drammi. Dopo la seconda guerra mondiale, qui avveniva la distribuzione degli aiuti inviati dalle chiese sorelle degli Stati Uniti.
Fu negli anni ’60 che ebbero luogo grandi cambiamenti nell’edificio: l’installazione dei termosifoni, il trasferimento dell’alloggio del pastore dal primo al secondo piano, e la decisione di utilizzare il primo piano per una foresteria dedicata come alloggio per studenti fuori sede. Nel corso degli anni la foresteria si è gradualmente evoluta in un alloggio turistico e via via si è ampliata fino ad occupare la maggior parte dell’edificio. Attualmente, le entrate della foresteria di Venezia contribuiscono alla sussistenza delle opere sociali della Diaconia Valdese (centri per ragazzi disabili, case per anziani, assistenza a profughi, ecc).
Attualmente, l’alloggio pastorale è stato trasferito sulla terraferma, mentre i locali al mezzanino sono utilizzati per incontri e ospitano l’ufficio del pastore e l’archivio.
Restauri e ristrutturazioni
Nel corso degli anni sono stati effettuati diversi restauri e ristrutturazioni, che a volte hanno presentato delle sorprese. Il palazzo aveva già una lunga storia quando, nel 1868, divenne la sede della chiesa valdese.
Nei diari di Marin Sanudo del 1525 si trova un primo accenno a un palazzo situato all’angolo compreso fra due canali, il rio di S. Severo e il rio della Tetta (dal nome di una famiglia che abitava là vicino). Era un palazzo di proprietà della famiglia Morosini, una delle famiglie di più antica appartenenza alla Repubblica di Venezia, che nel corso dei secoli aveva avuto quattro suoi membri eletti a doge. In una cronaca si accenna a feste fastose che erano organizzate nel palazzo.

Nel 1711 una discendente della famiglia Morosini vendette il palazzo a Antonio Cavagnis (a volte citato come Cavanis), un molto agiato commerciante originario di Bergamo, città che allora faceva parte dei territori della Repubblica di Venezia. Antonio Cavagnis commerciava in merletti d’oro, con un suo negozio nel campo S. Bartolomeo poco distante. I merletti lavorati con fili d’oro venivano usati come guarnizione degli abiti di lusso; in città esisteva un’associazione degli artigiani che lavoravano l’oro ottenendone dei fili sottili, usati appunto per merletti e ricami, o dei fogli sottilissimi, quasi impalpabili, per dorare mobili, cornici o cuoio per rilegature di lusso: la “schola” dei battiloro e dei tiraoro, che aveva la sua sede nella piccola palazzina a sinistra della chiesa di S. Stae affacciata sul Canal Grande. Si trattava di prodotti di lusso, e che dessero un buon reddito al mercante si capisce dalle sue azioni: una somma enorme offerta al governo per entrare nella classe nobile della città, e i lavori di ristrutturazione al palazzo appena acquistato.
Il palazzo precedente fu in parte demolito, forse mantenendo una parte dei muri, e ricostruito secondo lo stile dell’epoca. Si può supporre che fosse ricostruito sulle stesse fondamenta, come era d’uso a Venezia, per il particolarissimo e complesso lavoro utilizzato nella costruzione delle fondamenta: una fitta palificazione affondata in profondità nella sabbia fino a raggiungere lo strato solido del caranto, sosteneva una base di tavole di legno su cui poi veniva eretto l’edificio.
La struttura del palazzo è quella tipica della maggior parte dei palazzi, che erano insieme dimore di famiglia e sedi commerciali, e dovevano perciò servire alle due funzioni. Quindi, al pianterreno un grande androne e dei magazzini in corrispondenza alla porta d’acqua; alcune stanze al mezzanino (il mezà) da usare come ufficio, spesso con un affaccio sull’androne, che permetteva il controllo sul carico e scarico delle merci: da alcuni particolari si suppone che questo affaccio esistesse e sia poi stato chiuso nel momento in cui non era più necessario. Al primo e secondo piano erano le sale di rappresentanza e le stanze della famiglia, con una pianta simile su ogni piano: un grande salone centrale, illuminato da una fila di finestre su un balcone, da cui si accedeva a tutte le altre stanze.
I segni del lusso passato si osservano dappertutto: gli scaloni di accesso ai vari piani, le pareti decorate con disegni ad affresco, portoni monumentali incorniciati di pietra scolpita. Dallo stile si può dedurre che forse non tutti siano della stessa epoca. Attualmente non sia hanno informazioni su quali passaggi di proprietà siano avvenuti dalla ricostruzione operata da Antonio Cavagnis a quando il palazzo fu acquistato nel 1868 dalla Chiesa Valdese.
Il cambio d’uso nel tempo ha richiesto alcune modifiche: in alcune stanze le decorazioni delle pareti furono nascoste da una pittura bianca; il primo e il secondo piano furono disimpegnati dall’abbattimento di una rampa dello scalone che li univa e dalla costruzione di una nuova scala in altra posizione. Dopo di allora, un restauro radicale cercò di riportarlo in parte alla struttura originale, con la ricostruzione della parte mancante dello scalone.
I restauri offrono via via delle sorprese: una trentina di anni fa un restauro della sala di Culto mise allo scoperto le travi che erano state nascoste da un controsoffitto: travi decorate con motivi ornamentali. Inoltre, in diversi momenti sono tornati alla luce alcuni affreschi che erano stati coperti. Nel soffitto del mezzanino, una ventina di anni fa si è trovato un disegno: il soggetto, la coppia di figure, musicista e amorino che reggono una cetra, fanno pensare all’epoca del neoclassicismo. Recenti sistemazioni degli intonaci nella stessa stanza, hanno rivelato tutta una serie di ghirlande e mazzolini di fiori che circondano tutto il perimetro del soffitto, con le figure al centro.
